Regine
A
Sarò seria.
“E mi sento solo, Samuela, come un grido in mezzo al mare, come un uccello che ha freddo, come un gatto che si nasconde e trema.. solo… solo..!
“A che mi servono tutte le comodità della religione, l’ipocrisia degli umani, il niente delle menti che non s’affaticano, la vita piana di coloro che si accontentano e sono sempre pronti alle banalità e al ‘tengo famiglia’ quando la mia stessa vita è così assurda che non serve nemmeno come esempio?
“Voglio affinità, corrispondenza universale, secondo la legge fisica della FARFALLA: un battito d’ali qui corrisponde, nell’Universo, ad un tuono nella parte opposta del mondo: è come se tu da lontano saltassi sul materasso del tuo letto e la tua onda facesse sobbalzare me ora qui.
“Come i santi, i geni e gli idioti, ho un sorriso d’imbecille, in fondo aderisce al vero. Sono un uomo maschile (come direbbe Totò) geniale e idiota insieme, se fossi Merlino mi farei sparire, affinché nessuno potesse sostenere d’avermi visto. Popolerei solo la mia donna. Vestito come un clown per farti ridere, così serio e trombone come sono. Anzi no, diventerei sesso che fa impazzire. E i tuoi occhioni rotolano nella mia vita che faticherei a sopportare se non ci fossero.
Non è vero che solamente con il dolore si cresce, si matura. Questa è un’invenzione dei cristiani e dell’inferno che hanno dentro. Invece quando tu ridi, io volo”
E’ una lettera d’amore.
Alle donne.
Copiatela, ragazzi, e speditela alla vostra donna. Farete un figurone!
E’ bella che non si può di più, perché è incerta e tremante.
IO NON SO NON AMARTI, dice.
Non è l’omicciattolo che brama solo pezzi di carne, ha capito che non vuole più fregare: è triste, infatti, vedere uno che ruba a se stesso.
Alcuni non vogliono l’anima, ma il corpo a brandelli da divorare con sfamanti scopate.
Dice che se il mio stile da regina è fuggire lui l’ha accettato, ma non posso chiedere a chi uccido di non morire.
Io chiederei a tutti di ballare di gioia anche sulle rovine fumanti della loro casa.
NON ABBIAMO ALTRA SCELTA CHE ESSERE DEGNI DI NOI
Il Grosso è pieno di virus, dice che è l’antinfluenzale di dieci mesi fa. Il virus che gli hanno iniettato ha un insano senso of humour e non se ne va da allora. Sembra sempre un tizio che non ha nemmeno due anni d’autonomia nella credenza.
Detto Attila, come il focoso barbaro degli Unni (e degli altri) solo che costui è morto a 21 anni, il che non potrebbe succedere alla persona di cui vi parlo, dato che molto di più di un quarto di secolo lo riguardano già.
Spara pacche della malora sui sederi delle ragazze che incontra. Alcune si girano rabbiose e lo picchiano. E io in genere ci aggiungo del mio di nascosto.
È ben rappresentato dalla sua auto, la sua allegoria.
Oggi ero pensierosa, il motivo dei miei tormenti era che appena si sale sul bolide del mio Sottoposto noti l’annaffiatoio nel lunotto per quando “sente odore di bruciato” e la carrozzeria è un ossario.
Insomma il Cesarino tiene in vita un veicolo (non merita questo nome) con i denti.
Non per molto, l’ho informato che la caratteristica dei miracoli è d’essere brevi.
Pilota la bagnarola come cammina, sembra pieno. In principio credevo che la circolazione la facesse a sinistra, come dai rosbif!
E ti sorpassa a destra e t’incrocia di là e ti clacsona se non passa…!
Ha sorpassato ad una distanza che, in mezzo, non avreste potuto infilare un biglietto del metrò.
Sono stata invitata a parlare della mia azienda ad una regina.
Una vera regina, signori! Una dei paesi africani. E’ venuto a prenderci il suo segretario, mi ha detto: “Le consiglio, dottoressa, di venire con me”, era sprezzante e compassato, ma fermo.
Il Ciccio ha detto: “Senti Lerc, noi non ci fidiamo dei selvaggi!”
Arrivati in qualche maniera, troviamo una ciccia di sovrana, una elefantessa nera.
Indossava un abito di velluto verde, occhi fuori dalle orbite e palpebre insufficienti. Capelli che si schiacciavano sulla faccia come alghe bagnate. Aggiungete, cari, a questo quadro delle braccia piccole tipo pinne di pinguino. Mi sa che deve aver avuto un ippopotamo tra i suoi ascendeti. Ed anche un gorilla. E forse a distanza di alcune generazioni, un capodoglio.
Mi sono sforzata di dirle: “Prego sua Maestà, posso offrirle un caffè al bar?” E di nascosto ho dato una gomitata al mio Sottoposto, era nella luna, lo direste senz’altro grasso, ma sembrava esile in parte alla regina.
Lei ha detto di non chiamarla così e cosà. Ma mi sono bisbigliata che era arrivato il momento di spolverare il prestigio degli italiani, di far vedere al mondo quanto siamo cordiali e affascinanti: “Che cosa vengo a sapere, Maestà, che lei non ha ancora 38’anni? Ma allora omaggi, i miei omaggi! I miei omaggioni!.” Si ha un bell’essere regina, pesare una tonnellata, si è sempre donne, no? Regina o portinaia, una donna è sempre sensibile ai complimenti.
Voleva vedere cosa sapevo fare e mi fa: “Il braccio!”, ci siamo chiuse in una camera d’hotel di Mantova, da regina a regina.
E io le avrei voluto dire: “Ma, Maestà, in realtà io non sono titolata. Mi sono titolata da sola. Se avessi un nome a telescopio, un briciolo di molecola davanti al cognome, non foss’altro un trattino tra due nomi, allora sì!”
Lei avrebbe allungato la mano con l’anello reale sulla mia testolina corrucciata: “In nome della dinastia dei X, innalzo questo essere alla dignità di vice-baronessa e la nomino governatrice dell’Y. Uia!Uia! Hoo!”
L’etichetta la incollerei solo sul barattolo della marmellata, fratelli.
Le ho spiegato bene, ma bene, ma bene.. cosa tratto.
Un capolavoro di comunicazione! Un lavoro di cesello, credetemi piccolini, ogni affermazione deve avere un riscontro, un feed back, la ricevuta di ritorno, l’avviso che il messaggio è stato letto, la notifica, altrimenti non si passa al prossimo.
Ma la vera abilità è avere la sensibilità di dire esattamente cosa vuole sentirsi dire l’altro, per far questo occorre controllare anche i micro-sospiri, i battiti di ciglia e perfino il mignolo del piede anche fosse dentro a scarpe infortunistiche.
Vabbè, fine della lezione.
Ero distratta ogni tanto perchè sentivo il mio Subalterno litigare col suo autista.
E’ in competizione con il servo della regina, perché ha più classe, eleganza e cultura di lui e di tutto il suo quartiere messo assieme!
Avevo fatto proprio un bel lavoro, ragazzi, avrà avuto, la regina, i piedi a mazzolino di violette.
E’ fatta, fratelli, se non vi fa schifo, la cittadina Salvotti che sa usare tatto, delicatezza e diplomazia ( e citera e citera) ha fatto il suo dovere!
Brava me!, una prodezza di più al tuo attivo, ragazza! Per niente sfaticata ha fatto un lavoro di cesello e scalpello, la pulzella! Ezzacchete! Il dado è estratto!
Fino ad adesso ho scritto cose belle, eh? Un pezzo di antologia. Fatti ameni e descrizioni ilari.
(La mia letteratura, appartiene al patrimonio nazionale, non posso farci nulla, è terribile scrivere sul bordo della gloria. Le rotative della storia mi ghermiscono.
Mi addolora per quelli che avrebbero avuto il piacere di scoprirmi. Sorry, falcio loro la scoperta sotto i piedi. Troppo tardi! Mi sono scoperta da sola! Mi autoscristoforocolombo! La Samu’ è arrivata a scoprirsi lei stessa.
Voglio che quando me ne andrò da questa valle di lacrime un tizio qualsiasi si chini su di me e dica qualcosa come: “Hai lottato bene contro la fesseria, Samuela!”
Si crede, spesso, che certe persone siano intelligenti mentre hanno solo memoria. E s’immagina che altri siano scemi perché si accontentano di riflettere. Nella vita, fratelli, bisogna scegliere o ascoltarsi parlare o farsi ascoltare. Dopo me stessa, io divento il mio ultimo interlocutore valevole.)
Ma il cielo si stava annuvolando, la tragedia si stava compiendo.
L’orribile realtà era questa: l’autista era il re e chi decideva era lui. Potevo ridere, piangere, fare tutto quello che volevo, lei, la regina, non poteva decidere nulla. Era, lei, una sottoposta di lui, esattamente quanto il mio sottoposto lo era per me! Pum!
Il femminismo, laggiù, nel deserto deve ancora arrivare, maledizione!
Una femmina-regina ha meno potere di un autista-maschio, ma si può?
Mi pareva di sognare.
Avrei voluto dirle: “Senta Regi’ che storie sono “per maschio ho il mio regno” o “conosco l’amore solo attraverso i miei sudditi!”? Anche lei, perdio!, decida, prenda, compri, no?
Sono uscita, fuori. Orrore!, il mio Subalterno stava dando per l’ennesima volta del selvaggio
al re.
Una tristezza infinita mi ha invaso e gli ho fatto solo il segno di andare.
Dopo due chilometri gli ho girato la chiavetta, sono scesa e l’ho guardato in un lungo silenzio pietrificato.
Ero talmente al limite dell’esplosione che non m’azzardavo neanche a respirare.
Era un silenzio feroce, inumano, stavo masticando parole infiammanti. Le selezionavo mentalmente, le riunivo assieme, le intrecciavo.
Volevo piantargliele nell’onore!
Elaboravo un’esecuzione. La volevo capitale.
Niente sarebbe stato troppo aguzzo, troppo velenoso, troppo contundente!
Io ho una profonda ammirazione per gli individui che immagazzinano il loro rancore e lo distillano come un caffè moka in un filtro.
Sognavo di flagellarlo con gli epiteti. Di impalarlo con gli aggettivi. Di vetrioleggiarlo con i verbi, di pugnalarlo, di strangolarlo, di avvelenarlo rispettivamente con gli avverbi, metafore e neologismi.
Insomma, amici, mi auguravo una tortura cerebrale lunga e varia nel suo processo.
C’ho messo un fracco di tempo prima di esplodere, come un ascesso gonfio.
Niente probabilmente era abbastanza acido nel vocabolario!
E sapete cosa ha fatto il ciordo quando mi ha visto così?
Era in piedi, lì, con gli occhi bassi e poiché vedeva la mia nervaglia drammatica ha dichiarato forfait: “Ok, hai ragione! Dì pure tutto quello che hai in testa su di me!”
Aveva spezzato la tensione. M’ha sconcentrato, ha rotto il silenzio preparatorio..
Ormai era lanciato, stoico, martire volontario, offerente alle mie rudi sillabe.
E sapete cosa ha fatto il ciordo quando mi ha visto così?
Era in piedi, lì, con gli occhi bassi e poiché vedeva la mia nervaglia drammatica ha dichiarato forfait: “Ok, hai ragione! Dì pure tutto quello che hai in testa su di me!”
Aveva spezzato la tensione. M’ha sconcentrato, ha rotto il silenzio preparatorio..
Ormai era lanciato, stoico, martire volontario, offerente alle mie rudi sillabe.
Voglio che quando me ne andrò da questa valle di lacrime un tizio qualsiasi si chini su di me e dica qualcosa come: “Hai lottato bene contro la fesseria, Samuela!”
Si crede, spesso, che certe persone siano intelligenti mentre hanno solo memoria. E s’immagina che altri siano scemi perché si accontentano di riflettere. Nella vita, fratelli, bisogna scegliere o ascoltarsi parlare o farsi ascoltare. Dopo me stessa, io divento il mio ultimo interlocutore valevole.)
Ma il cielo si stava annuvolando, la tragedia si stava compiendo.
L’orribile realtà era questa: l’autista era il re e chi decideva era lui. Potevo ridere, piangere, fare tutto quello che volevo, lei, la regina, non poteva decidere nulla. Era, lei, una sottoposta di lui, esattamente quanto il mio sottoposto lo era per me! Pum!
Il femminismo, laggiù, nel deserto deve ancora arrivare, maledizione!
Una femmina-regina ha meno potere di un autista-maschio, ma si può?
Mi pareva di sognare.
Avrei voluto dirle: “Senta Regi’ che storie sono “per maschio ho il mio regno” o “conosco l’amore solo attraverso i miei sudditi!”? Anche lei, perdio!, decida, prenda, compri, no?
Sono uscita, fuori. Orrore!, il mio Subalterno stava dando per l’ennesima volta del selvaggio
al re.
Una tristezza infinita mi ha invaso e gli ho fatto solo il segno di andare.
Dopo due chilometri gli ho girato la chiavetta, sono scesa e l’ho guardato in un lungo silenzio pietrificato.
Ero talmente al limite dell’esplosione che non m’azzardavo neanche a respirare.
Era un silenzio feroce, inumano, stavo masticando parole infiammanti. Le selezionavo mentalmente, le riunivo assieme, le intrecciavo.
Volevo piantargliele nell’onore!
Elaboravo un’esecuzione. La volevo capitale.
Niente sarebbe stato troppo aguzzo, troppo velenoso, troppo contundente!
Io ho una profonda ammirazione per gli individui che immagazzinano il loro rancore e lo distillano come un caffè moka in un filtro.
Sognavo di flagellarlo con gli epiteti. Di impalarlo con gli aggettivi. Di vetrioleggiarlo con i verbi, di pugnalarlo, di strangolarlo, di avvelenarlo rispettivamente con gli avverbi, metafore e neologismi.
Insomma, fratelli, mi auguravo una tortura cerebrale lunga e varia nel suo processo.
C’ho messo un fracco di tempo prima di esplodere, come un ascesso gonfio.
Niente probabilmente era abbastanza acido nel vocabolario!
E sapete cosa ha fatto il ciordo quando mi ha visto così?
Era in piedi, lì, con gli occhi bassi e poiché vedeva la mia nervaglia drammatica ha dichiarato forfait: “Ok, hai ragione! Dì pure tutto quello che hai in testa su di me!”
Aveva spezzato la tensione. M’ha sconcentrato, ha rotto il silenzio preparatorio..
Ormai era lanciato, stoico, martire volontario, offerente alle mie rudi sillabe.
Ha rimontato la mia collera come un battello rimonta le correnti di un fiume.
Tesseva la sua salvezza, ammettendo che in futuro non prenderà iniziative…
Alla fine ha detto: “Pagherò. Sono pronto. Che la mia testa cada per scontare il mio errore!”
Finchè ad un certo punto lo vedo con lo sguardo indeciso. Allora tira fuori la nostra botta segreta di venditori: “Dottoressa, i nostri rapporti non devono essere alterati per un incidente di percorso!” Non mi ha detto “per due soldi” perché sarei ripiombata nell’arrabbiatura. Poi detta la frase che conosco bene, starnuti, tossi e sintomi di una salute precaria mi hanno addolcito.
E tristemente mi ha lasciata lussando le mie falangette.









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