Un esercito di imbecilli
La dama dei lavandini lo sa bene che dentro i cessi i sovraccarichi scrivono viva il Milan, poi arriva un altro che lo cancella e scrive sopra viva l’Inter: sono tutte persone che credono di dire cose essenziali al mondo.
Quando c’è la coda nelle toilette delle donne, vado in quelle schifose degli uomini, con un dito solo, che pulirò benissimo, spingo la porta per vedere che non ci sia la schiena di nessuno e poi prego che ci sia la turca.
Una volta ho trovato uno piegato come una grossa rana, gli ho detto: la calzamaglia vabbè, il mantello lo mette dopo, vero?
Se qualche uomo entra quando mi lavo le mani con una messe di punti interrogativi di buona annata, devo subito placare i suoi scrupoli come un dio olimpico: ehi, tranquillo, mi lavo solo le mani, nient’altro, i piedi li lascio nelle scarpe.
Finito di fontaneggiare alcuni si lanciano sulla scala. Certe volte ne fermo qualcuno: scusi signore ha il lembo della camicia che sporge dalla guardiola. E schiaccio con l’indice un campanello immaginario. E’ un servizio che gli faccio. Sai se va dal suo Cerbero in disordine che figura?
Signori, la sorte che all’inizio con me è stata taccagna, ha poi raddrizzato il tiro durante il percorso e mi ha fatto oltre che sveglia e sventola (sic!), disincantata, che è il contrario di intorpidita, una, cioè, col cambio automatico. Perciò dirò con un’inaudita violenza ciò che non ho ancora letto da nessuna parte.
So che avrò addosso l’ira funesta del pelide Passero e di metà dei miei lettori maschi, che sono la totalità, tanto vale, crepi Sansone e tutti i suoi deleteri, andrò giù di brutto.
Gli uomini se non parlano delle legittime o delle illegittime che si sono più o meno fatte, parlano di ciò che hanno pappato a pranzo, ma poi, per il resto di tempo, parlano di sport. Ho tutti i colleghi maschi che blaterano di questo. Quando sono costretta a lavorare con loro li anticipo: dimmi, il Balot è un traditore che è andato di là? Fatto. Se centri l’argomento con un uomo, sei a posto: si sfinisce da solo.
Il fatto è che per me sentire parlare di calcio è come per un agnostico sentire tutte le problematiche sulla verginità della Madonna: il figlio sarà passato dalla vagina, ma così si rompe l’imene e la verginità va perduta, d’altronde non avrà fatto il cesario, che sia uscito dalla bocca…?
E’ spaventosa la semplicità della metafora del calcio: due eserciti si affrontano.
Un tempo quando i più evoluti capi non volevano far battaglia davano una gnocca al capo del nemico, questo per sei giorni e sei notti trombava e poi non aveva più voglia di andare a far casino.
Io sostengo che il vero tifoso, quello che uccide i suoi simili sulla curva, quello che si arma come in guerra e che è segnalato dalle forze dell’ordine come tifoso è uno che non consuma, è un impotente, è uno che non fa sesso. Naturale! E’ assolutamente ovvio, cari disidratati!
La guerra è una necessità per il maschio, tant’è che se i governi fossero guidati dalle donne non ci sarebbero le guerre, piccole maldicenze, quelle sì, ma non le solite stragi, fratelli.
Posso spostare gli addendi che tanto la somma non cambia: una lasciva si lascia aggeggiare dal suo boy, dolcemente pesato e incartato dalla Babydollatrice, clic-clac, tutti gli altri, i concepiti nel giorno di San Macario, fanno ridere dietro a una cronaca di fatti inesistenti.
Ho scritto al boss di Radio24: Spassionatamente Signore, tanto intellettuali e poi mi scivola sul calcio! Direttore, direttore, è possibile che una radio così interessante e divertente, due termini che non si contraddicono, sia così piena di fessacchiotti che parlano di calcio! Il calcio lo sa che è una cretinata, lo sa vero? Ebbene, mettere degli anzianotti che urlano “Sììì, voglio morire qui!” sull’ultimo gol di Totti, è patetico e penoso.
Sono un’attiva nel sociale, ragazzi, faccio la mia personale lotta contro la stupidità mandando e-mail in giro, è il mio volontariato, è il mio modo di portare i malati a Lourdes. Gli altri versano oboli o fanno opere pie, io scrivo a Veltroni o al direttore di Famiglia Cristiana, mi rispondono sempre.
Perché il furbo e astuto Silvio aveva comprato il Milan, ditemi brava gente, perché? Ma perché è l’oppione, il biberon, l’otre dei popoli, che non è più la religione, no fratelli, perché il Papa, questo Papa, non è così virile come un calciatore: i semplici di cuore non riescono a creare la proiezione, a immedesimarsi, a vedere il dio-divo guerresco.
L’altro Papa era un uomo inassessuato, ma non asessuato, infatti non l’hanno castigato con gli scandali come quest’ultimo, che sembra uno scoiattolo che corre lungo il tronco.
Perché, amici, gli uomini basici funzionano così: o sesso o tifo, per esclusione. Tutto il resto è silenzio appiccicoso come una grossa caramella al sole, faticano a campare. La vita alla fine dei loro giorni gli mostra la lingua: un’intera esistenza a fare schedine, sempre incastrati nel circuito mentale vincerò-non vincerò, la moglie è al deposito bagagli, i figli hanno per lui una confusa antipatia.
E non venitemi poi a scrivere che è solo divertimento, avvitatori di coperchi di bare! Lo so che sarà questa la grande giustificazione della vostra assenza nel mondo. E sbagliate bande di bandieristi: non è di-ver-timento ciò che manipola, toglie libertà, toglie strade, perché il divertimento per definizione è ciò che ti verte verso l’esterno, è una parte di un tutto, è un’alternativa al solito e non verte verso se stesso. Ma basta chiedere alla vostra donna dai capelli d’oro: non fa più da anni la tinta della l’Oreal.
In un rapporto circostanziato degli spostamenti, come in questura, si scopre che in settant’anni il bardotto (il prodotto dell’accoppiamento di un cavallo con un’asina) ha il solco casa-lavoro e casa-bar. Lo sport è l’amante della loro vita, unico amante e complice. La pseudo vittima è un falso cadavere che ha tradito la vita vera su tutta la linea.
Penso che sia l’epoca più lurida di sport, i giornali sono metà sport, cioè niente, e metà tutto il resto.
Conosco uno che si guarda tre partite al giorno.
Mille volte, stramille volte preferisco passare la serata con uno scarafaggio di bettola, con i gran bevitori, con i gran spargitori di salse, uomini dalle biro che si svuotano in tasca, uomini a cui gli manca sempre un bottone, un rasoio, un sapone e tante svanziche per fare bella figura con me, ma che parlano di tutto, di tutto quello che hanno scoperto in questa vita, piano piano, vicini, ridendone anche un po’.
Vorrei sentire cosa ha da dire un tifoso quando il sangue gli si sta gelando dalla punta dei piedi alla cima della scatola, facendo scalo al cuore, giusto quando i denti gli si saldano, quando lo stomaco si arrampica in gola, il sangue opta per lo stato solido, le rotule applaudono, l’intestino tenue passa al variabile, il fegato si cirrosa, quando, cioè, si sta deteriorando, inabissando, invertendo, avvizzendo, guastando tutto, cosa mi racconterà l’Interista, eh? Cosa? Scommetto che in quel momento ha cambiato la scala di valori della sua vita e che lo sport ha la stessa attrattiva di un incubo.
Tifosuccio dei tifosacci, dopo che ti sei rovinato con un mazzo di rose pompom che hai rubato dal tuo vicino e messo la camicia bianca con il colletto troppo rigido e troppo largo che ti fa sembrare un clown vestito a festa, dopo che ti sei fatto la scriminatura in mezzo, in un dotto italiano perfetto, dì a tua moglie, diventata ormai un paio di pantofole stanche che gemono sul linoleum solo questo: scusa.
“Mi giunge il tuo rumore,
mi giunge il tuo rumore attraverso tronchi e ascensori,
attraverso lastre grigie
dove galleggiano le tue automobili coperte di denti,
attraverso cavalli morti e delitti minuscoli,
attraverso il tuo grande re disperato
con la barba che arriva al mare.”
Garcìa Lorca









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