Sanctissima Mater

A

CARNALECARNOSACARNIVORA

CARNEFICE

“Fortis imaginatio generat casum” ( Una forte immaginazione genera l’evento) Montaigne, Essais I,XXI.

 

Avete presente quelli con malattie lente e invalidanti, coloro che fanno uso di droga, gli alcolisti, i clochard e tutti coloro senza felicità, salute e coraggio di vivere?

Avete presente costoro?

Bene.

Ora fate uno sforzo panarguto (arguzia da due parti): da una parte c’è il disGuido, dall’altra c’è chi lo uccide. Cercate sempre il produttore di disgrazie, cercate il punto debole, il “potential trouble source”: la fonte potenziale di guai.

Ti do una mano, ragazzo, perchè sennò mi stai qui fino a domani: in genere è la madre.

Potrei andare a casa, ho già detto tutto. Salutatemi i bambini.

Vi descrivo, invece, per gentilezza, questa calamità non coperta dalla Lloyd. In genere è una signora scialba, cattolica agnosta, (Dio è lei stessa), rubiconda e assolutamente irresistibile!

La sua maggior capacità è conoscere i bisogni degli altri, annullando i propri: alterano se stessi per risultare desiderabili. Hanno tanti Io intercambiabili per poter diventare come la si vuole.

Le colonne del dare e dell’avere non sono mai in pareggio, danno, ridanno e sdanno!

Essere figli di una madre così è una pacchia nei primi quarant’anni di vita. E’ lei che andrà a litigare coi professori, che lotterà con gli altri bambini, che tutelerà il figlio dalle donne o, se proprio, lo libererà dalla moglie, pranzi preziosi e sfarzosi, lo laverà, lo stenderà, lo stirerà e, davvero, il suo bambinoide sarà per lei sempre buonbelbravissimo, anche se amorfo, amebico, moscio e molle, come probabilment’è.

Chi vive per accudire, Camerati, può arrivare ad azzoppare in segreto per continuare a farlo.

Queste madri sabotano il successo dei figli, perchè la loro realizzazione le escluderebbero.

Sotto un comportamento umilissimo, c’è la superbia: essere super, essere Dio, c’è l’assoluta onnipotenza:”Io solo posso salvarti, io solo so il tuo meglio, io non ho bisogno di nessuno, sono gli altri che hanno bisogno di me”. Le riconosci subito perché danno consigli.

Nessuno può salvarsi da una vecchia sola, malata, che vive per te, possiamo farlo solo prima che diventi vecchia. Eppure, amici, cosa c’è di più malinconico di una serva che non riesce più a servire? Cosa c’è di più triste del contrario del genio umano? Cosa c’è di più disperante nel vedere lo smantellamento di ciò da cui dipende la tua sopravvivenza? Fuori dalla casa dell’orrore c’è il villaggio vacanze. E tu hai diritto al racconto dei suoi ricordi, dei suoi eroismi, diventi un idiota dostoevskiano, un idiota non più reversibile per una lasagna al forno. Indicibilmente idiota. Inaudito idiota. Non più sormontabile. Hai indosso il pigiama da quarant’anni.

Ciò che è spaventoso è che quando la madre cede e decede, spesso, il figlio, lui, no, non cede: piangendo, gemendo e altri gerundi simili, non la lascia andare. Se la cova dentro come un marsupiale sterile, non ce la fa a mollarla. Dopo anni dalla morte è ancora nello stesso stato, come direbbe Carlo Quinto, il Grande, quello con la barba. Rimane solo il telaio di un uomo.

Io vedo tante persone in un giorno. Certe volte entro in case dove ci sono uomini maturi con sindromi spaventose e me le raccontano, freddi, stanchi e distaccati: “Vedi, non ho più la pellicola sui nervi, si stanno sfilacciando, come i cavi elettrici, mi sta partendo anche un occhio, è come se io avessi un corto circuito, sono ustionato dentro, sono come Welby, ricordi?”, certe volte in parte c’è una vecchia che sferruzza, è Cariddi, il mostro che sorveglia lo stretto di Messina.

Io faccio quello che devo fare e poi a questi martiri spaventosi, con un sorriso grande come quello sui manifesti della Banca che ti gira attorno, imploro di uscire, di non stare tutte le sere a casa con la mamma e la televisione, due veleni mortali, almeno nei vichend. Allora il figliol improdigo, si carbonizza e sterza secco. Se ancora insisto un attiminino, scoppia l’inferno, diventono furibondi: Cosa dico? Non sono certo una brava ragazza, di sicuro! Perchè se avessi un po’ di religione mi farei il segno della croce in tre esemplari e depositerei l’originale negli archivi! Cosa caspita suggerisco, di prenderti una vita in cambio di un’altra vita?

La madre di lato ha una faccia a specchio, riflette in silenzio quella del figlio. Tace, perchè è la prova del nove, controlla se ha seminato bene. Da Cariddi, però, se lo tento troppo verso la salvezza, si trasforma in Scilla, un altro mostro a sei teste, utile nel caso fallisse il primo. “To’ fuma, ragazzo!” mi verrebbe da dire. Ma invece reprimo sempre la mia impotenza, che dico!, il mio smarrimento:”Scusa, scherzavo”, ristabilisco la calma con la dignità di un pilota di un Boeing che ha tre motori su tre in fiamme e che finge di regolare il riscaldamento.

Prima di andare via, ancora, ancora, gli scongiuro almeno d’andare dal dottor Mozzi, quello austero e severo, che vive come un eremita sui monti, quello che guarisce tutte le malattie con una semplice dieta. Ma in genere, nulla a loro interessa se non loro stessi, chiusi contro il mondo. Quando me ne vado, so che pensano:”Rompiballe questa tipa, ma attrezzata di argomenti!”

L’idillio dura fino a quando l’apostolo scopre di essere manipolato e quando sente un prepotente bisogno di libertà, ecco inizia la fine di una storia quasi d’amore.

Io avevo una madre all’opposto, spartana, spaziente, mi toglieva per principio tutti i piaceri e dava ragione sempre agli altri, bambini, professori e mariti. Ciò mi ha permesso di riflettere sul grande tema della comodità: uno scomodo si muove sempre, gli altri no. Per questo sono la più inquieta/inquietante scrittrice d’Italia.

Avevo un amico, Marcucù, che aveva una mamma di queste, era pettinato con una riga fatta con l’ascia ed era vestito come un principino. Gli gridavo, sotto la pioggia battente, di venire con me a buttarsi dai muretti dentro le pozzanghere, deviante e cospirante.

Cauto, eludeva la madre, ma poi tornava al comodo, al calduccio. Io no, a casa nessuno mi rimboccava le coperte. E al buio lo invidiavo ferocemente. La sua era la madre ideale. Io non l’avevo, ne avevo una addirittura che si arrabbiava quendo mi ammalavo. Non avevo nessuna convenienza a essere bambina. Era meglio che me la cavassi da sola.

In fondo a queste materrime manca un marito, un amante, un corteggiatore. Sono sposate a uomini finti, uomini che al bar si vantano di sostituire i vibratori guasti o i mariti in viaggio, in realtà sono uomini vili e in fuga.

Ora, fratellini, mi domando perchè nessuno decide l’estremo gesto di generosità, come per esempio prendere alla fine di una festa di paese queste Semprevedove che si attardano ostinatamente, pesanti di anni, di varici e delle loro solitudini. Sì proprio quelle più gozzute, malcontente e ingrugnite, quelle che dicono prima “no” appena le parli. Un uomo bellissimo dovrebbe andare da loro e loro, con l’artrosi cervicale, la faccia da medusa spiaccicata, i bargigli crollanti, eseguirebbero un angolo di novanta gradi (anche Fehrenheit) verso colui che sembra un attore dilettante polacco con le braccia papali che la invitano a ballare. Sarebbero pronte al lancio: go!go!go! E le si farebbe ballare strette, ferme, non come gli stupidi che ballano viaggiando ai quattro angoli della stanza. Bisogna dire che sono avvenuti, in luoghi reputati, miracoli più facilmente spiegabili di questo. Nessun uomo palmolivato, colgato ha il coraggio di fare quello che farebbero con una dea. E sbagliano. Andare a offrire un valzer a chi è decrepito, con una dentiera usata, che fa sempre un rumore come gusci di noci, di legno secco e di maccheroni non cotti o di becco d’uccello è un volontario gesto sconfinato. Lei non lo abbandonerà mai più nei suoi sogni. E’ il coraggio che manca. E’ timorosa l’esistenza. Mi segui? Vuoi che ricominci? Leggermi può essere difficile come mordersi il sedere, lo so. Io, sì, ho ballato una volta con un signore sconosciuto, anziano, per strada, uno che mi è venuto incontro prendendomi alla vita perchè sentiva un pezzo che gli spaccava l’anima e ballavamo sul posto, quasi fermi, a più non posso, ma anche a non posso più.

Signore e signori, interrompo tutti i programmi e tutta ansimante, allarmata e in preda allo sconforto vi dichiaro che si è appresa l’incredibile notizia della morte di una generatrice, una di quelle che legano con corde ombelicali. Seguono le cerimonie e le esequie. La madre lascia un figlio affranto, una nuora in perfetto stato e bei cherubini. Si conferisce alla beneamata, a titolo postumo, l’ordine della Bondager, la più alta ricompensa dei masochisti.

Inizia, ora, la più coraggiosa e dura partita da soli. Una vera orgia di libertà. Inizia una zompata franca e massiccia, la testa giù, dentro un cuscino di sangue e lacrime, e, di tanto in tanto, come bravi nuotatori, ci si tira su per l’aria.

Si entra finalmente in un plotone di uomini, gomito a gomito, tutti verso il traguardo! Si sentirà solo il rumore regolare del nostro respiro e il lamento di un mondo che si ammala. Si creeranno appartenenze, si lotterà contro la ria natura, ci si arrischierà nei congiuntivi, s’impareranno cose che si ritorneranno abilmente, ci si vestirà scientemente e si farà l’amore con la donna per noi più bella del mondo. Al rush supremo si cercherà nostra madre, perchè è stata quella che ci ha scaldato di più, ci ha aspettato a casa come faceva quando eravamo bambini.

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