Anima Addomesticata

Certe volte vengono al mondo bambini fieri e sconvolti, piccole belve ringhianti, come appena venuti dall’inferno: un unico nervo teso e fisso sbuca dagli occhi come biglie umide.

Bambini torvi e sinistri dalle anime magre di lupi, che di paura snerva chi li culla. Nel vederli vagare, gli occhi feroci, ci si domanda come abbiano potuto uscire così agitati da quell’abisso d’oro: dove hanno conosciuto la rabbia, l’odio e le risate spietate?

Io ero una bambina di questi, una bambina nera. Crescendo aumentava sempre di più il volume dei morsi contro i grandi bianchi. Trapassavo sempre dall’illusione alla delusione senza preavvisi a nessuno, ma con rabbie da regina.

Amavo l’estremo fino ad essere stremata nella guerra feroce delle figurine. Andai anche a scuola, ubriaca di crudeltà, come una squilibrata equilibrista.

Ma c’era un segreto: questi piccoli guerrafondai dalle vene nere, dalle urla di tuono, hanno il sangue di latte: non è vero che non stanno mai fermi, come les oiseaux se cachent pour mourir, loro si nascono a piangere ed a leggere: non si fanno mai trovare da sguardi ironici, soddisfatti o solo compiaciuti.

E così brutta e cattiva com’ero, la notte tiravo fuori i miei libri, che sapevano sempre come andava a finire, che non hanno occhi, organi giudicanti, ma solo una bocca, l’organo più generoso.

“Vorrei che tu te ne andassi via da noi!”, era la madre del brutto anatroccolo.

Il terrore mi soffiava latrati tremendi: come ha potuto l’anatra buttare via la sua creatura? E’ così facile perdere una madre? E il padre dov’era? Sarà stato senz’altro lui a lanciare l’idea, è successo anche a Pollicino ed anche ad Hansel e Gretel, sempre il padre o la comunità! E la madre che si adegua, la madre deve scegliere certe volte tra il marito ed un figlio.

Non avevo pensieri, avevo immagini. Solo belle fotografie a colori in cui io, acciambellata ai piedi di mia madre, chiedevo di poter stare aggrappata. Ma chi ha riguardo per una ladra?

Fu allora che per la prima volta guardai com’era una madre. La mia era futile, rimbombavano sempre i suoi baci sugli occhi, si muoveva piano, ma con una purezza da dea, rideva molto: di me.

Ma io ero stata colpita in pieno petto da un colpo di revolver: la paura di perdere qualcuno. Di colpo divenni buona, come una piccola fata. Finchè divenni adulta e non tanto adultera, ma senz’altro coltivai la tenera pazienza per quando serve, la gioiosa dolcezza nei momenti più delicati ed un casto perdono verso il genere umano.

Eppure se si sollevasse la pelle del mio cuore, sotto si troverebbe la nostalgia di essere stata amata anche da mostro, anche come un bieco cucciolo di lupo mannaro.

Ancora adesso all’improvviso m’assalta la voglia di essere selvatica e selvaggia e ciò mi tenta come chi ha smesso di fumare da poco.

Scagliarsi contro il tuo soggettivo ingiusto, così oggettivamente giusto, correre fino ai talloni sanguinolenti e poi scandalizzare, liberando dalla catena il cane che dice di no: no!, no!, no grazie!, e Dio che bello raccontare una grossa panzana! Così per vedere che effetto fa.

Mi concentro sul tajeur e tormento gli ori al dito: è un travestimento.

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