L’AMORE CHE VOGLIO.

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L’AMORE CHE VOGLIO

Credi davvero che esista la vita dopo l’amore?

“È davvero incredibile come insignificante e priva di senso, vista dal di fuori, e come opaca e irriflessiva, sentita dal di dentro, trascorra la vita di quasi tutta l’umanità. È un languido aspirare e soffrire, un sognante traballare attraverso le quattro età della vita fino alla morte, con accompagnamento d’una fila di pensieri triviali.”
A. Schopenhauer

Salivo sulla scala mobile e uno si è attaccato dalla parte esterna della scala. Il tempo di vedere e poi all’improvviso ho capito il guaio: ormai eravamo già molto alti e poco dopo sarebbe stato sbattuto giù alla fine della corsa. Allora l’ho brancato vestiti e carne e l’ho tirato dentro con tutta la mia forza. Ha cercato di scapparmi e io, coi tacchi, l’ho inseguito, l’ho bloccato e gli ho detto: Potevi morire! Forse era straniero.
Ecco questo è il mio amore: goffo e brutale.

Finora sono io che ho dato sempre le regole (Kant: il genio dà le regole) fino al punto che chi è con me è su una giostra. Gli altri potevano essere interscambiabili. E’ precario dipendere, lo so. Ma, in fondo, provate a pensare, il danno non è di chi non sa stare in piedi, troverà un altro che lo porta, il peggio è per chi ha troppa responsabilità: è sempre solo.

 

Ora sono cambiata: lascio fare, mi piace ascoltare. Di amore parlo poco, ma conosco il mestiere d’amare fino al tappo della valvola. Sto dall’altra parte, dalla parte di quelli che guardano. Ora, cioè, tiro verso di me una sedia e vi deposito il mio individuo più acuto e attento di un gufo: guardo bene con chi ho a che fare.

L’altro giorno ero da un’attrice. “Chi è lei?” ha minuettato. “Samuelasalvottiscrittrice”, ho ironizzato, lei ha aggrottato i tratti di matita che le fanno da sopracciglia. Sentivo che era pronta a mordere, a colpire, le unghie come artigli, gli occhi, ferri per marchiare il bestiame: “Scrittrice?”. “Al quadrato.”

A caratteri da manifesto, poi, ho marcato bene le parole: “Sono qui perché ho un appuntamento con lei”. Può darsi che in teatro reciti bene la servetta di Goldoni sbalordita, nella vita, però, imita malissimo lo stupore. Le ho detto allora: ”Sono pronta a scommettere il mio dente del giudizio contro il giudizio supremo che l’hanno avvertita della mia visita. So che sa che dovevo venire. Tra l’altro l’ho vista nella parte in cui era sul ghiaccio, era fantastica!”, la copro d’oro. Ha attaccato uno scodinzolio come se si fosse seduta su un formicaio: “Oddio, è solo una particina, ma ho fatto Strheler…”, con la voce che viene dall’esofago e l’occhio a virgola.

Mi invita a pranzo e mezz’ora dopo siamo davanti ad un’astice all’arancia che potrebbe figurare sulla copertina di una rivista gastronomica, io e la raccattatrice di applausi.

Intorno i fotografi fotografano e i giornali giornalano: la ressa e la rissa. Vado veloce qui, perché se non capisci la scena attorno a noi, vuol dire che hai un vaso di carne trita in testa. Facciamo fuori una bottiglia con l’astice, una con la spalla d’agnello e una col suffle. Non è una sgranocchiatrice di biscotti, non è una che sporca solo di rossetto il bicchiere, non è una decapitatrice di asparagi. Mi racconta tutti i pettegolezzi del cine, vengo a sapere che uno è in coppia con un altro, che un’altra sta per divorziare dal suo quattordicesimo marito per sposare il quindicesimo nel sedicesimo anno di vita. Non conosco nessuno.

Uscendo rideva senza un motivo e io dovevo sostenerla con la mano verso il mio calesse. Voleva ancora la mia compagnia. Io no. Sapevo, però, che per riuscire a andarmene avrei dovuto chiamare i rinforzi, i caschi di rame blu. Mi sono rassegnata e l’ho ascoltata una notte intera.

Ha avuto diritto al mio sorriso acuto. Non urlo più come dodici faine per salvare gli altri, non mi agiterò più come un diavolo in calore per nessuno, né per chi si droga, per chi perde soldi, per chi fa male ai figli. Ho già fatto la guerra, pago le tasse e verso il 5 x mille alla casa di riposo, non sono mai in ritardo a pagare il bollo di circolazione (che serve a confezionare strade, ma non si decidono a consegnarmi il mio tratto), tutti mi salutano, mi apprezzano e mi onorano, mi hai capito, mi hai? Insomma, non faccio più la scalata sul colle munita pure di un asciugamano per asciugare il sudore del mio puledro che non riesce a starmi dietro. Ora faccio solo discese.

Sono sulle rive di un grande lago che con le sue onde dà tutto, ci siamo portati dietro troppe lotte e dannazioni, ora gloria a Dio!, “portatemi donne e spillate vino fresco!”. Non ho problemi, né nemici, ho solo stimolanti competitor e sarcasticheggio piacevolmente con me stessa.

La tipa, procacissima e procaciatissima, costruita sulla fantasia erotica dell’uomo medio, inizia dicendo che ha visto sua madre quando è nata e poi un anno prima in un tribunale. Tutto il resto è assolutamente disperato e spaventoso. Un caos di emozioni per essere precisi. Non posso essere più eloquente, per esserlo di più occorrerebbe una medicina che si trova in Lituania. Un caos infernale! Che macello, zia Piera! Che miseria! Che danneggiamento totale! Hai fatto la guerra ragazzo? No? Neanch’io. Comunque la stessa roba. Ma non la guerra da operetta. C’è sangue, ci sono morti, rovina e fumo. Una storia di urla, pianti, preghiere, ex voto (non c’è il plurale, è invariabile come i bischeri che li fanno).

Alla fine vuole la mamma, l’ambulanza, la riduzione delle imposte, il pronto soccorso, lourdeggiare, il diritto di vivere e la prima pagina del Corriere della sera.

All’alba è davanti a me, stranamente in silenzio, verde, ma intatta. Triste bilancio, come dicono nella stampa del lunedì.

Penso aguzzo come la lesina di un calzolaio: questa tipa è bella, un po’ sartina grulla, esattamente quanto era brutto Shopenhauer, un genio assoluto. Hanno in comune la disperazione totale, continua, ininterrotta. Vuoi vedere che non c’è scampo? Vuoi vedere che dobbiamo prendere la vita in mano e portarci in salvo? Vuoi vedere che se non ami davvero, questa vita diventa una carneficina?

 

Il guaio è che c’è bisogno di amore vero, profondo e tranquillo, sereno e sicuro, senza ansie, gelosie e paure. Non quello dipendente, bisognoso, a ruota libera, a flusso continuo, incondizionato: facile da fare.

Si è mammarizzato anche il pio giornale in cui scrivo: mi avevano scomunicato, poi mi è arrivato uno scatolone di indulgenze, dicono che mi lasceranno scrivere quello che voglio. Ma chissà cosa vorrò. Non è quasi più importante quello che fanno gli altri.

Tutto è mamma oggi. Ma le mamme non hanno sempre ragione. Manca la consapevolezza e tutto scorre via senza valore.

Mi diceva un psicoterapeuta che le difficoltà maggiori nel togliere un ragazzo dall’alcol sono le madri.

Certi bambini se stanno lontano dai genitori deboli, ansiosi, iperprotettivi, stanno meglio, come se fossero allergici al loro stesso sangue.

L’amore molle soddisfa solo l’egoismo di chi lo prova.

Bisogna sapere dove si va: si può essere simultaneamente musicisti e diabetici. Nello stesso modo non è impossibile essere direttore d’orchestra e venditore di prodotti chimici, così io, padre, madre, figlia e amante. Quale specie ha distrutto l’altra? Chi stanno scomparendo?

L’amore che vorrei. Una persona in parte, né davanti, né dietro, ma in fianco, profonda, pulita e che sa parlare di sé. Vorrei passare notti intere a ridere assieme. Vorrei libertà e lascerei libertà, sì ma quando ci siamo, ci siamo con tutta l’anima, il corpo e la mente: sprofondare nel piacere. Non voglio nulla che non si voglia. Nulla che non si possa.

Voglio la massima gentilezza, sarei attentissima, civilissima, amorevolissima. Perché la forma include il contenuto. Vorrei pulire subito la rabbia quando inizia, parlando piano di quello che mi spaventa, per non portarmela dietro.

Non ci hanno insegnato ad amare, facciamo pasticci. Amare è spontaneo, è un regalo della vita, ma come fare ad amare, come fare, no, quello non è spontaneo. Si deve imparare.

 

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