GOODBYE MOM

GOODBYE MOM

C

CANTO FUNEBRE

in commemorazione di mia madre

(SENZA LA SOLITA RETORICA)

 

Mia mamma è campata tanto (vedi post “Come si fa a morire”).

 Poi mi sono distratta un attimo e pam!  è partita. Era stanchina di vivere ma io ingannavo il tempo più facilmente di quando s’inganna un marito.

Avevo appena pensato: presto dovrò dare le dimissioni come figlia. Quando è successo, senza l’abbassalingua, dalla meraviglia mi si vedevano gli slip dalla bocca. Ho riguardato: non è che hanno esagerato con il narcotico?

Le avevo appena detto: “Grazie di tutto”. Mi ha risposto con un piccolo gesto di consenso.  Poi, bocca aperta, occhi aperti, si è bloccata. Quella gentildonna  se n’era andata. Direzione: la sua ultima magione nel Meridione. L’ho salutata con deferenza.

Ci eravamo simpatiche. Istintivamente. No, meglio: impulsivamente. Succede alcune volte: nella vita saltano fuori persone che dopo tre secondi che li vedi daresti a loro la tua eredità oltre che il tuo cuore. Altre volte succede, purtroppo, che fai un figlio e non vedi l’ora che smammi. Succede.

Ho lasciato passare la burrasca, (funerale, banche, ecc…) come un capitano in plancia e ora sono qua a darle l’eternità.

Era malinconicissima.

Era anche intelligente, ma, al contrario di me, faceva di tutto per non apparire tale. Utilizzava la sua autorità una volta ogni dieci anni. Si impuntava su qualcosa. La otteneva tra la meraviglia di tutti. Una volta ogni dieci anni si svegliava dal suo silenzio e prendeva una decisione enorme, irreversibile, grandiosa e, sempre e sempre, aveva ragione.

Rientrava, poi, nel suo silenzio per altri dieci anni. Ritornava tranquilla.

Non aveva quell’ansia materna che faceva essere protagoniste tutte le mamme in una famiglia. Non mi ha mai detto “Ho paura che ti succeda qualcosa, Stai attenta in macchina o Non bere troppo”. Eppure tornavo a casa tardi, correvo in macchina e a vent’anni si beveva forte, ondeggiavo, certe volte, come uno che non è nel suo assetto.

Era felliniana e miope, aveva occhiali da scolaretto e i sovraocchiali, quelli che si tirano su e giù.

Anche nelle foto sembrava una statua.

Era passiva, morbida, dolce, tiepida e con la pelle vellutata, come un’altra persona che conosco, tocchi a loro la pelle e senti qualcosa di gradevole, non so perché. Niente trucco, ma sempre con i tacchi. I suoi mitici occhi celesti “da bambola” erano grigi. La bocca sottile da cattiva, così sottile che sembrava che sua madre si fosse dimenticata di fargliela. La teneva sempre chiusa, come ho detto, non era loquace, le estraevamo le parole con lo smontapneumatici.

Le piaceva mangiare. Mi ha raccontato che ha mangiato un salame intero con dieci panini o che in cima al monte Baldo ha ingurgitato dodici uova. Non le piaceva cucinare, ma le piaceva uscire tutte le sere con suo marito a cena. Infatti andavano, lei in pompa magna con quelle camice a fiori che hanno sempre le donne poppute che le fa aumentare di volume e, certe volte, queste signore/tacchine hanno anche sopra al petto un foulard, ma come se non bastasse, ancora ancora, spesso hanno cappotti e pellicce sciallati, collane, stole… alla fine possono appoggiare il mento direttamente sul petto.

La messa in piega settimanale, la messa il sabato sera e la messa profana al mercato tutti i martedì, senza socializzare con nessuno. Non avrà detto una sola parola fuori casa.

C’è stato un lungo periodo quando noi eravamo bambini che avevamo una convenzione con un ristorante per andare a mangiare tutti giorni. Ma poi il medico/marito ha sentenziato che “la cucina era troppo grassa”.

Era una sua forma di femminismo: in un periodo storico in cui si poteva piombare in casa di una qualsiasi donna e, il tempo di contare fino a cento, ti avrebbe servito un pranzo alla Canavacciuolo, il cuoco, lei non ha mai cucinato. Le cene con gli amici si facevano spesso, tante e sempre con una cuoca in aggiunta a quella solita.

Non l’ho mai vista fare un mestiere di casa, aveva la colf. Ventun giorni di mare sulla costa adriatica e ventun giorni di montagna nelle valli bresciane. Due viaggi all’anno all’estero con il prete di Desenzano, Don Dino. Ma era sempre malinconica.

Quando suo marito aveva voglia di litigare, lei faceva capire con un gesto che non stava bene e si metteva a letto per due giorni. Giocava la carta della “poca salute”.

Seguiva i figli, questo sì. Seguiva soprattutto me. Mi baciava molto e rideva delle mie guanciotte. Con me rideva, ridevamo, rideva e parlava quando non c’era suo marito, che non ha mai chiamato per nome. Lo  chiamava “dottore” o “Salvotti”. Forse lo prendeva un po’ in giro.

Compivo gli anni il 24 giugno, per mia disgrazia eravamo sempre al mare. Ero sgomenta perché non potevo fare le feste con i compagni di classe. La festa me la faceva lei: mille regali, pranzi e dolci, qualche battuta. Rideva con la sua aria triste e seria.

 

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