Desenzano del Garda, perché no?

&

nbsp;

Non mi piaceva Desenzano del Garda.

Quando sentivo qualcuna che mi invidiava per il posto in cui abitavo, pensavo che fuego, Marchesa! Le piace l’incendio, apprezzerà gli interminabili fuochi artificiali di ferragosto!

Quando al sabato sera faccio una passeggiata vedo le facce convulse dei ragazzi chesivoglionodivertire. Hanno l’espressione pittorica delle anime all’inferno: facce verdi, bocche storte, lampi dagli occhi. Spesso qualcuno cade col naso sul suo long dring, troppo long.

Insomma Desenzano visto da lontano sembra una frittata flambè.

E tutti i grandi ras del piacere sono come leoni che cercano di non bruciare la loro pelliccia nell’immenso bracere.

Certo il colpo d’occhio sulle facce da topi dei campagnoli che vengono dalla Pianura Padana è impagabile. In genere hanno vestiti di buona imitazione di marca, colore muro del pianto e il capellino dalla falda arrotolata come i jazzisti di New Orleans.

I ragazzi-bene, invece, hanno i colletti alti alla Lagerfeld, e,  come lui, occhiali scuri anche alla notte. (Nessuno ha detto a loro che per essere unici bisogna essere diversi).

Le mie figlie giramondi un giorno penseranno alla casetta di Desenzano con nostalgia, se non con struggimento.
Nostalgia è una parola da capire: nostas=ritorno, algia=dolore. Questo tipo di dolore crea un buco largo come un bicchiere da Porto allo sterno, al terzo chakra.

Loro, le figlie, sono piene e gonfie di vita. Assorbono la vita come panieri buttati in mare e tirati su pieni di pesci.  Fanno scelte sicure, forti e decise. E non sbagliano mai. In nessun altro momento dell’esistenza sono così importanti le scelte.

Se canni il lavoro, per esempio, se fai il medico e svieni alla vista del sangue, te lo subisci per quarant’anni. Un lavoro è peggio che un marito. Sono in genere otto ore in un giorno che devi far passare.

Inoltre, oltre alle scelte grandi, la natura vuole procreare se stessa e le fa innamorare di giovani bellissimi.

Quando passerà la tempesta, quando loro stesse avranno dei bambini, ricorderanno quella casa così grande eppure intima, la loro stanzetta, nella quale, chiuse dentro, sicure della loro privacy, hanno fatto quello che hanno voluto.

Ricorderanno i cani grossi e teneri. La mamma caotica ma coerente e sempre sicura, anche quando non lo era per non mettere ansia.

Ricorderanno i pianti, le urla, le risa, i discorsi, le santelucie, le prime mestruazioni, il gatto affetto da anoressia, le due nonne, una buona e una diventata buona, il papà grande come una statua e poi ancora la mamma, sempre la mamma, che sa tutto, a cui bisognava tenere nascosto almeno qualcosa, anche se non ci riuscivano.

La loro nostalgia, presunta ma probabile, sarà la mia. E quindi ti amo Desenzano! E’ vero, è una cittadina senza cultura, senza iniziative e ti tormentano di multe i dipendenti comunali, una dal turismo facile, piena di villani (villani deriva non da villa, città, come credevo, ma da vello sull’ano, pensa te!) villani, dicevo, ripuliti e spacconi perché hanno i cento euri in tasca da spendere.

Ma se prendo il treno, o col blablablablacar, in un’ora sono nella capitale della cultura europea.

E’ vero che dalla finestra non si vede il lago, con i suoi milioni di colori, ma c’è, nascosto dietro le case. E se voglio vedere che colore ha l’acqua quel giorno, basta che faccia un breve giro in bicicletta.

Il clima è sempre mite e certe volte l’aria è limpida come il cristallo, talmente da far apparire all’improvviso dei monti sempre nascosti.

Ecco casa mia, in mezzo al paese, proprio in mezzo. Eccola con le sue ironiche tendine in pizzo, il pavimento un po’ in parquet e un po’ in cotto, il bagno grande come una stanza e la mia camera-studio un bunker dove c’è tutto. Tutto. Super-attrezzata di quello che può dare la tecnologia.

Da quando mi sveglio fino alla sera non posso annoiarmi: ho libri bellissimi, poesie da leggere al volo così come caramelle di emozioni, smart-tv per vedere i documentari, abbonamenti ai cinema d’essai, e telefoni, traduttori elettronici e, infine, ho un letto che non mi schiaccia mai una parte del corpo, l’artrosi non mi avrà mai! Tra l’altro si alza e si abbassa come in ospedale. Ma anche ho sveglie soavi, tappeti soffici e perfino un paranco per portare su la spesa.

Temo che un giorno mi contorcerò devastata dalla nostalgia di oggi.

(Per qualsiasi commento: samuelasalvotti@gmail.com)

 

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Visit Us On FacebookVisit Us On Linkedin

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi