Chi è forte e chi è debole?

Q

“Giunto al patibolo, il boia lo preleva, lo trascina, facendo leva con la corda, lo inforna [infila nella macchina], mi servo qui di termini gergali, poi lascia andare la mannaia. Il pesante triangolo di ferro si stacca a fatica, cade ballonzolando nei suoi binari e, ecco che comincia l’orrore, taglia l’uomo senza ucciderlo. L’uomo getta un grido di terrore. Il boia, sconcertato, rialza la mannaia e la lascia ricadere. La mannaia squassa il collo del paziente per la seconda volta, ma non lo tronca. Il paziente urla, la folla pure. Il boia issa ancora la mannaia, sperando meglio dal terzo colpo. Per niente. Il terzo colpo fa zampillare un terzo rivolo di sangue dalla nuca del condannato, ma non fa cadere la testa. Per farla breve. Il coltello risalì e ricadde per cinque volte, per cinque volte macellò il condannato, per cinque volte il condannato urlò sotto il colpo e scosse la sua testa viva chiedendo grazia! La gente indignata prese delle pietre e si mise facendo giustizia a suo modo a lapidare il miserabile boia. Il boia fuggì sotto la ghigliottina e si acquattò sotto i cavalli dei gendarmi. Ma non siamo alla fine. Il suppliziato, vedendosi solo sul patibolo, si era raddrizzato sulla pedana e lì, in piedi, spaventoso, grondante sangue, sostenendo la sua testa mezzo tagliata che pendeva sulla sua spalla, domandava con fievoli grida che qualcuno gliela staccasse. La folla, piena di pietà, era sul punto di sopraffare i gendarmi e di venire in aiuto di quel disgraziato che aveva subito per cinque volte la sua pena capitale. In quel frangente un aiutante del boia, un giovanotto di vent’anni, salì sul patibolo, disse al paziente di girarsi per essere slegato e, approfittando della posizione del moribondo che gli si affidava fiducioso, gli salta sulla schiena e si mette a tagliargli faticosamente quel che gli restava del collo con un coltello da macellaio. Questo avvenne. Questo si vide, Sì.” V. Hugo

 

Ci sono le prede e i predatori. Avete presente il leone? Così forte che si muove poco, così forte da essere pigro. Così forte da non essere frenetico, da non fare mai fatica. Come l’aquila imperiale, un’altra pigra, vola solo quando le correnti ascensionali sono favorevoli.

Animali violenti, carnivori, sanguinari.

Diversi dalle lepri, graziose bestiole che si inseguono fino a sfinire, una dietro l’altra, sembrano che giochino e quando pensi che non si assalteranno mai, in un colpo scoppia la lotta fino alla fine della loro vita. Calci spaventosi, salti altissimi, un’ira furibonda di due creature mansuete. Ma non sono mansuete: una volpe sbrana una lepre.

Le tortore, simboli dell’amore, anzi di più, della pace! Quando Lorenz se ne andò per qualche giorno, al ritorno trovò una tortora in un angolo della gabbia con la nuca, il collo e il dorso fino alla coda aperta in un’unica ferita. L’altra colomba continuava senza posa a frugare col becco nelle ferite. Era stanca ed aveva sonno, gli si chiudevano gli occhi, ma il gusto della violenza era tale e tanto che preferiva dilaniare che addormentarsi. La colomba ferita tentava di sollevarsi e di reagire, ma l’altra proseguiva implacabile il lento e micidiale lavorio, ferocemente disinibita, oscena.

Martirizza anche Bambi, il capriolo, una bestia feroce che sopprime pure i suoi simili. Pare che i caprioli domestici uccidano più dei leoni e delle tigri. Se si avvicina un tenero capriolo, lo fa lentamente con i suoi occhioni dolci, incede piano per meglio infilarvi le corna in pancia. Lorenz dice che se vedete un capriolo che vi viene incontro, lezioso e grazioso, conficcate subito un colpo violento sul suo muso, lateralmente, prima che lui vi uccida.

Ora amici, pensate a due lupi grossi, selvaggi, rabbiosi, maschi, con le armi per uccidere. Si affrontano, i musi si raggrinziscono, si rivoltano, le labbra si increspano, mostrano i denti, le zampe grattano per terra e scoppia la guerra tra gli urli.

Finché arrivano alla fine immobili, uno sopra e l’altro. Chi vince ha il muso vicinissimo al collo dell’altro che volge la testa piano altrove. Offre la parte più vulnerabile, la vena giugolare, tenera e morbida. Un morso è mortale. Mi commuove chi potendo e volendo ferire, non può finire l’avversario, ma ancora di più chi affida la propria vita alla correttezza di un altro: ha fede, ha fiducia, si fida.

Il lupo più forte farà scorrere il tempo, ha una pazienza cosmica, è pieno di adrenalina, è rabbioso, vorrebbe ucciderlo, si scrolla, si scuote, si distrae. Ha una voglia grande di azzannarlo, ma non può. Non è etico. E non lo farà.

Gesù disse: se qualcuno ti dà uno schiaffo, offrigli l’altra guancia, non perché te ne dia un altro, come dicono i masochisti, ma per non fartene più dare.

Poi ci sono gli sfigati, quelli che non si capiscono, come il tacchino, grande, grosso e ciula, che offre il collo al pavone quasi subito perché non ama la lotta, soprattutto con uno più piccolo che gli svolazza attorno. Ma il pavone non conosce il codice d’onore e non capisce la resa del tacchino e gli squarcia la gola.

Amici, io ho solo paura dei deboli e degli stupidi. Sono come un lupo, un eroe omerico: rispetto il codice guerresco dei cavalieri medioevali, risparmio chi si arrende. Ma in genere mentre festeggio la vittoria, l’altro se la svigna.

Quando ero piccola ritagliavo la buccia di un’arancia e mi facevo una dentiera. Se stavo zitta era perché mi mancavano gli epiteti, ma riuscivo sempre a dire sottovoce a qualche compagno qualcosa di simile: tu per tua madre sarai una meraviglia, ma a me fai senso! Se qualcuno mi diceva che ero carina, rispondevo sempre: Carina un cazzo!

Ladiposo è un leone, invece, si gonfia in caso di necessità, ma in realtà è un turista vestito da villeggiante in questa vita: non ha la nozione del dramma, la vita gli sembra facile e permanente. Ha la certezza assoluta di ritrovare intatto, l’indomani, la felicità di oggi. Obnubila che tutto erode, tutto taglia la corda, tutto scorre, lo smantellamento profondo. “Io ho nemici? “ -dice- “ Nemici? Va’! E perché non li facciamo amici?” , un fratello, il Fagocero.

“Definizione: un nemico è un signore che vuole farti male! “ dico, ma, poi, penso a uno qualsiasi che guizza e anguileggia tra le muscolose mani del Mostruoso! Nessuno può farcela con lui, è una poltrona ginecologica, è una piovra gigante, potrebbe aprirti le natiche come una carriola e spegnerci il suo sigaro.

Quando vende, lo sento: “Ho pescato almeno due chili di arborelle con il verme di fango. In definitiva, per l’alborella non c’è niente di meglio del verme di fango. La larva di mosca non rende così. Forse quando minaccia il temporale. Ma il verme di fango è più gustoso, non dimentichiamo che l’alborella è capricciosa…” nessuno osa dirgli : “Hai finito di rompere i coglioni?”

Ma non faremmo mai del male inutilmente, non azzanneremmo mai i pentiti, i deboli e gli sfigati.

Nella striscia di Gaza ci sono solo colombe in lotta, dei deboli, degli sfigati, dei falliti, des imbecilles che si scannano; se fossero lupi, feroci lupi, avrebbero stabilito chi è il più forte e avrebbero chiuso la faccenda col minimo comun denominatore di dolore.

Le madri colombe piangono facendo vedere alle telecamere che il loro male è grande, si buttano per terra e rappresentano quadri di madonne strazianti, ma se potessero, ucciderebbero con le loro mani i figli degli avversari. Tutti deboli, tutte prede, tutti erbivori!

Quegli omaccioni grossi, barbuti e neri sono come le libellule, uccidono creature della loro stessa specie e di uguale grandezza, anche quando dispongono di altro cibo.

Sono truppe isreo-arabe-pontifice, “Diobi e Diobà”, quando sono sfinite e c’è il rischio di una tregua, viene un capo religioso a gettare benzina sul fuoco con un pippone morale e loro riprendono. Sparano ubriachi di qualcosa, sanno che se ritornano indietro trovano la nonna peggio del loro nemico: spara a loro in fronte una mestolata.

I guerrafondai sono sempre romantici e amano meravigliose canzoni con parole nobili, profonde ed evocatrici: I love you, please, kiss me, provate a ripetermelo undici volte di seguito, senza cambiare tono, aggiungeteci un po’ di singhiozzo tipo strazio, una buccia di orgasmo, sospiri a cucchiaiate e avrete i canti arabi: strazianti, striscianti, struscianti. S’impigiamano, s’investagliano, s’impantalonano, s’impantofolano, s’insciarpano per andare alla guerra con aria in bemolle, molto, ma molto molle. Vogliono i bis e anche i trissamenti.

Soluzione: quando stanno per assaltare la statua dell’ultimo colonnello capro-espiatorio e urlano: “Ah, disgraziato! Sporcaccione! Fascista! Vandalo! Sciacallo! Bruto! Assassino! Maiale! Pattumiere! Mostro! Fornicatore! Selvaggio! Cosacco!” per fermarli di botto e commuoverli, come Frankenstein quando sente il violino, basta mandare l’aria della Meringa Band più dolce del dolce e vedrete che tutti piangeranno: si turbano dall’interno, iniziano ad amarsi, dopo un po’ hanno i capelli incollati dall’amore, lo sguardo a fiamma, il pelo del petto iridato e, sotto la pancia buddista, il burlone rivolto al Polo Nord. Ecco come sottometti i feroci sanguinari: con lo smielo! Macchè cannoni! Montagne di kalashnikov! Zucchero, amici, pacchi spaccati, sventrati sbrindellati di zucchero, devi farli camminare nello zucchero, respirare polvere di zucchero, farli diventare farinosi, mandorlati, pistacchiati, biscottati!

Con tranquilla vivacità, baci.

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