La Divina Indifferenza

DELLA RAZZA DI CHI RIMANE A TERRA

E’ un’emozione fortissima.

La si prova spesso prima dei vent’anni. E poi la nostalgia non ti molla più. Non torni più indietro. La cerchi sempre. Hai perso la purezza dell’ignorante. Chi non l’ha mai provata non sospetta che esista: non puoi amare le fragole se non le hai mai mangiate, e allora sei come chi non è mai stato innamorato: senti che tutti ne parlano, ma non capisci.

C’era una volta nell’800, al nord, una zitella, bruttina, silenziosa, solitaria, discreta e remissiva, una piccola sartina di provincia. Quando fu l’ora morì, aprirono gli armadi e scoprirono che aveva vissuto il fuoco e l’amianto. Quella donna aveva fatto esperienze di felicità incontenibili e insopportabili, l’estasi, e la sua vita è stata un continuo orgasmo: “Arde nell’oro, in porpora si spegne, /Come leopardo balza per il cielo, / Poi posa il suo volto maculato/ Sopra il vecchio orizzonte, per morire./ Si piega tanto basso da passare/ Per la finestra dentro la cucina…” era venuto Dio da lei. Un Dio non mentale e filosofico, ma il Dio che fa tremare i polsi: “Bussava il vento come un uomo stanco./Io, padrona di casa/ ‘Entra’, gli dissi audace, ed entrò allora/ nella mia stanza…” l’audace era Emily Dickinson.

(“Due ore fa mi sono innamorata/ Tremo d’amore e seguito a tremare, / ma non so bene a chi mi devo dichiarare.” Patrizia Cavalli, Il Cielo, in Poesie, Einaudi, !992, pag. 129.)

E’ vero: “I versi non sono (come tutti ritengono) sentimenti. I versi sono esperienze” (RILKE, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Garzanti, 1974, pag. 14) Anzi, la poesia è un fare: “Sono venuto solo per cantare/ e per farti cantare con me” (LA POESIA SIAMO NOI, da: P. Neruda “Poesie” trad. it. Di S. Quasimodo, Einaudi) o, se preferite, come diceva la Yourcenar: “E’ me stessa che correggo, correggendo la mia opera”.

La poesia non è un’astrazione, non è innocua, non è un’opera di chi è mollemente adagiato nei piaceri. Hanno fucilato Garcia Lorca, sì, ‘per niente’, non faceva neanche politica, ma il suo sole era “dentro la sera/ come il nocciolo nel frutto/ La pannocchia serba intatta/ la sua risata gialla e dura…”.

Questa estasi, questo Dio, questo orgasmo mentale, questo vento, oh, c’è sempre il vento!, come una forma di energia a volte violenta, a volte delicata, è ciò che c’è di più reale e vivo, come un amante nascosto.

“Degli alti merli l’aura, quando i suoi capelli io discioglievo, con la sua man leggera il mio collo feriva e tutti i sensi miei rapiva”, è San Giovanni della Croce, un austero, un inflessibile riformatore dei Carmelitani Scalzi, uno che giudicherà i buoni e i cattivi. Io so che conosceva il piacere, il massimo piacere mentale. Non potrà essere stato, poi, troppo duro con gli uomini.

E Leopardi? Ce l’hanno presentato a scuola come un uomo sfinito, deluso, triste. Ah, io non so quanti abbiano avuto le sue sovrumani emozioni! Lui, a cui è dolce annegare nel mare dell’infinito!

Una poesia ha sempre un contenuto, dice qualcosa, fa una cronaca, una constatazione, ma ha anche una forma. La forma è rigorosa, quadrata, geometrica. Un castello di parole preciso: una in più o una in meno crollerebbe, è ciò che c’è di più vicino alla scienza esatta.

La poesia non è soggettiva: o c’è o non c’è. E’ un’esperienza sconvolta e sconvolgente, espressa con rigore perfettamente lucido e pulito dai sentimenti e dalle emozioni. Chi scrive commosso, non commuoverà. Perchè, signori, bisogna scrivere “…solo in maniera stilizzata e non realisticamente nella loro propria essenza, poiché si riesce ad accoglierla solo con l’aiuto della forma.” (L. Salomé)

E la riconosci, la poesia, dopo aver letto milioni e milioni di poesie.

Non ho mai catalogato, schedato, messo in ordine ciò che amo. Non ho mai fermato nulla. Perché io sono una disordinata profonda, come chi ha la sensazione di vivere poco. Ho preso tutto e subito, ho goduto l’attimo, saccheggiato classici, non ho mai letto introduzioni, né postfazioni. I tre cenni biografici dell’autore, quelli sì’, ma non potrei piegarmi ubbidiente alle rigide e severe leggi del Pensiero con le sue tristi regole di ordine e disciplina, come quelli che riempono bei quaderni, schedari, raccoglitori e matite. Mentre cammino e faccio questa vita spesso all’improvviso mi saltano fuori pezzi di poesie, pezzi di frasi, neanche fedeli all’originale: solo questo ti posso dire, ciò che non sono, ciò che non voglio. Per questo, citando ancora, sussurro a voi perdonate la mia allegrezza inconsulta.

Vi offro un’autrice sconosciuta. E’ brava, brava, brava. E’ da leggere lenta, respirando forte, mentre la si bisbiglia piano.

“I fiori vengono in dono e poi si dilatano

una sorveglianza acuta li silenzia

non stancarsi mai dei doni.

Il mondo è un dente strappato

non chiedetemi perché

io oggi abbia tanti anni

la pioggia è sterile.

Puntando ai semi distrutti

eri l’unione appassita che cercavo

rubare il cuore di un altro per poi servirsene.

La speranza è un danno forse definitivo

le monete risuonano crude nel marmo della mano.

Convincevo il mostro ad appartarsi

nelle stanze pulite d’un albergo immaginario

v’erano nei boschi poche vipere imbalsamate

Il mondo è sottile e piano:

pochi elefanti girano, ottusi.”

(Le sottolineature sono mie.)

Si chiama Amelia Rosselli, 1962, ancora, attacca come Montale:

“Tu non vivi fra queste piante che s’attorcigliano

attorno a questo mio piede senza vasi…”

poi ancora al negativo:

“Tu non appari a chiarire il mistero della

tua non-presenza, tu non stimoli i fiori

in corona attorno al mio polso, rotto perché

non posso tenerti …”

e finisce schiantata come L’Esterina di Montale (“Esterina, i vent’anni ti minacciano,/ grigiorosa nube/che a poco a poco in sé ti chiude”)

“TEMO di fare con la mia presenza scempio

delle occasioni, ora che tu non rinverdisci

l’orizzonte. TEMO di apparire strana, confusa

a belare quest’incomprensione. TEMO di stendere

vigne vuote sul tuo piede scarlatto.

Non ho altro sorso dalle tue arse labbra che

questo mio empio mistero, noia del giorno

spaccato in mille schegge.”

(Il maiuscolo è mio)

E sembra, sì, anche un po’ Dante, sapete, nelle Malebolgie…

3 Comments

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